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Il Cane da Tartufi

L'occasione di tornare a occuparmi di musica alla radio  mi è stata offerta dall'amico Luca Berni, il quale ha  insistito perché tornassi davanti ai microfoni. Ovviamente il pubblico di Rete Toscana Classica è completamente diverso da quello che ascoltava le Branoterapie negli anni Ottanta su Controradio e per questo ho dovuto trovare una formula che si adattasse al mio caso:  in fondo io sono solo un appassionato di musica. Allora perché non seguire proprio questa falsariga, ovvero la passione e le fissazioni di un melomane?

E' così che è nato il Cane da Tartufi, ovvero quell'insopprimibile curiosità che ci spinge a cercare "un frammento di universo" anche nella musica di autori meno noti. Ma questa  non è l'unica spiegazione, perché il Cane da Tartufi va a cercare anche  le fregature, nonché a guardare dentro le pagine più note da una visuale inedita.

DI seguito, in pillole, trovate gli abstract di alcune delle trasmissioni andate in onda su Rete Toscana Classica a partire dal giugno  2010.

Trasmissione 1 - Mahler prima di Mahler: il caso Hans Rott (1858-84)
Quando all'inizio degli anni Ottanta il musicologo statunitense Paul  Banks rinvenne nella biblioteca del conservatorio di Vienna la partitura della Sinfonia in Mi maggiore , composta da Hans Rott a soli vent’anni, in tutto il mondo della musica nacque un vero e proprio caso. La prima esecuzione della sinfonia, curata dallo stesso Banks e diretta da Gerhard Samuel, ebbe luogo a Cincinnati il 4 marzo 1989, seguita da altre esecuzioni a Parigi, Londra e Vienna, che mostrarono al pubblico la grandezza della composizione. La critica acquisì un crescente interesse per il “fenomeno Rott”, per i rapporti coi suoi predecessori, per quelli con la scuola di Vienna e, soprattutto, per quelli con il suo contemporaneo Gustav Mahler, la cui opera sembrava mostrare un debito stilistico talmente evidente da far avanzare a qualcuno nientemeno che  l'accusa di plagio.

Tutta la vicenda di Rott sembra scaturire da un romanzo tragico, epilogo compreso: Il 23 ottobre, durante il viaggio in treno per Muhlouse, dove lo attendeva la direzione di una Corale, un passeggero che si apprestava ad accendere un sigaro vide Rott minacciarlo con una pistola perché - sosteneva - "Brahms ha riempito il treno di dinamite". Lo stesso giorno Rott venne condotto presso la clinica psichiatrica dell'Ospedale Generale di Vienna, "in uno stato di confusione totale". Il suo destino era ormai segnato: all'inizio dell'anno 1881, dopo un primo tentativo di suicidio, fu internato presso il manicomio del Land della Bassa Austria, dove morì il 25 giugno del 1884 di tubercolosi. Non aveva ancora 26 anni

 

Trasmissione 2 - Beethoven al tempo di Beethoven

Se pensiamo che fra la prima esecuzione viennese della sinfonia n° 9 di Beethoven  e la prima rappresentazione in Italia della stessa composizione trascorrono più di 40 anni, viene naturale domandarsi attraverso quali mezzi si diffondesse la musica dei grandi compositori prima dell'avvento dei dispositivi di riproduzione del suono.  Se allora la percezione dell'opera di compositori del calibro di Beethoven era affidata soprattutto alle trascrizioni per varie formazioni, giocoforza queste musiche  comunicavano un'altra visione del compositore a chi, invece che dal vivo e suonate da un orchestra, ascoltava per la prima volta le sinfonie del grande maestro di Bonn da una formazione di fiati o da un quartetto.



Se ascoltate nella loro veste inusuale -  ma all'epoca assai diffusa - le opere di Beethoven si rivelano non meno profonde e mettono in dubbio la  visione tutta muscolare che si sarebbe imposta nell'età romantica.

Trasmissione 3 - Affinità e ambivalenze nel Requiem Kv 626

Probabilmente la più nota delle opere di Mozart è anche quella che a rigor di logica meno gli appartiene, considerato l'apporto decisivo di Suessmayr e di tutte le revisioni a cui fu sottoposta. Eppure le parti completate da Mozart sono emblematiche per decifrare il suo rapporto con la musica sacra e in particolare con quella che si eseguiva a Salisburgo.  Il requiem composto nel 1772 da Michael Haydn per le esequie del principe  arcivescovo Sigismund von Schrattenbach  è la cartina di tornasole per provare a comprendere questo aspetto. Mozart conosceva certamente questa composizione, che probabilmente ascoltò proprio nel 1772.

Parafrasando Michael Schaeffer nella sua commedia 'Amadeus' -  quando fa chiedere a Salieri quale tracce può lasciare il genio sul volto di un uomo  - a questo modo possiamo almeno conoscere quali impressioni suscitò nel giovane Mozart un capolavoro come questo ingiustamente poco conosciuto requiem del fratello di Haydn.

Assieme all'evidente suggestione ricevuta dallo Schrattenbach  Requiem, per il suo lavoro  scritto 19 anni dopo quello di Haydn, Mozart inserì lo stesso organico con tromboni e timpani nella disposizione tipica della musica sacra di Salisburgo, ovvero le quattro parti con le Posuanen  SATB in funzione cromatica e percussiva. Questo tratto caratteristico dello stile musicale del piccolo principato austriaco fu portato da Mozart al massimo grado espressivo e non c'era da aspettarsi diversamente. Eppure  quel colore orchestrale così  intenso e particolare. che avrebbe soggiogato tanti autori fino al tardo Romanticismo, aveva la sua origine dalle sperimentazioni di un altro grande compositore attivo a Salisburgo un secolo prima: Heinrich Ignaz Franz Biber. 

Trasmissione 4 - I nipoti di Bach

Oggi più o meno tutti conosciamo il valore artistico  dei figli di Bach e sappiamo anche che la famiglia del grande compositore è stata la più grande dinastia musicale di tutti i tempi.  Tuttavia l'opera delle estreme propaggini di questa famiglia è molto poco nota e per questo il Cane da tartufi si è messo sulle tracce degli ultimi Bach musicisti.

Wilhelm Friedrich Ernst Bach (1759-1845) fu l'ultimo musicista di professione discendente diretto di Johann Sebastian, in quanto figlio di Johann Christoph Friedrich - il Bach di Bückeburg - diciassettesimo figlio del Cantor di Lipsia. Nato nel 1759 nella città dove suo padre ricopriva la carica di clavicembalista al servizio di conti di Schaumburg-Lippe, dopo l’apprendistato con suo padre, Wilhelm Friedrich fu a Londra nel 1778 presso lo zio Johann Christian, e li rimarrà fino al 1782: un soggiorno decisivo per la sua formazione musicale, che lo portò infine a ricoprire l'incarico di clavicembalista e direttore della musica per la regina di Prussia a Berlino .

Quando nel 1829,  grazie a Mendelsohn e alla riscoperta della Passione secondo Matteo, tornò l’interesse per l’opera di Johann Sebastian Bach, Wilhelm Friedrich Ernst conobbe un breve periodo di notorietà in tutta la Germania. Nel 1840, in occasione delle celebrazioni del nonno, Robert Schumann incontrò l’anziano musicista, lasciando un breve ritratto dell’ormai ottantunenne nipote di Johann Sebastian, descrivendolo come un anziano con i capelli bianchi, ma ancora in buona salute e con uno sguardo vivo e penetrante. Deve essere stato davvero molto emozionante per quegli artisti conoscere l’ultimo  discendente diretto di Johann Sebastian Bach.

Ma se Wilhelm Friedrich Ernst era l’ultimo rappresentante della dinastia dei Bach di Eisenach, nella prima metà dell'Ottocento esisteva in Germania un altro Bach musicista. Di qualche anno più vecchio di Wilhelm Friedrich Ernst,  Johann Michael Bach (1745-1820) era nato a Struth, in Assia. Non è mai stato possibile chiarire quale fosse il rapporto di parentela fra lui e Johann Sebastian, in quanto la distruzione dei registri e degli archivi delle chiese tedesche durante la guerra dei Trent’anni ha cancellato ogni possibilità di ricerca, tuttavia è certo che entrambe le famiglie fossero a conoscenza l’una dell’altra. Di questo musicista iniziò a interessarsi anche uno dei primi biografi di Johann Sebastian Bach, ovvero Johann Nikolaus Forkel.
 

Dal punto di vista artistico Johann Michael Bach difficilmente può competere con i suoi cugini, tuttavia egli fu il più cosmopolita dei Bach. Sempre grazie a Forkel scopriamo che per un certo periodo Johann Michael viaggiò in tutta Europa e lasciò sue composizioni ad Amsterdaam, Londra e perfino a Boston in America. Rientrò in Germania nel 1780, a Göttingen, dove scrisse un metodo per il basso continuo che incontrò un buon successo commerciale e in seguito si stabilì  a Elberfeld in Renania in qualità di Music Direktor. Chissà se la storia fosse andata diversamente, forse oggi - assieme ai Bach di Berlino, Amburgo Londra e Halle - avremmo avuto anche un Bach di Boston…
Un piccolo aneddoto accompagna gli anni seguenti alla sua scomparsa e inizia quando suo figlio scrisse a Mendelsohn nel 1841, sull’onda della riscoperta bachiana, per informarlo
 che anche suo padre era stato un Bach musicista. Non si sa esattamente cosa abbia risposto Mendelsohn, ma probabilmente deve avergli fatto capire che non era esattamente la stessa cosa.

 

Trasmissione 5 - Per una storia del plagio e sue derivazioni

​L'idea della creazione originale dell'opera d'arte è un concetto affermatosi in età Romantica, mentre in precedenza attingere ai modelli del passato era una prassi assai diffusa fra i musicisti. A parte gli esiti della polifonia rinascimentale - con le messe e altre composizioni parodistiche - il ricorso a musiche di altri compositori restò un'evenienza tutt'altro che rara fino al termine del classicismo e in certi casi è proseguito anche oltre. In fondo il recupero di musiche altrui rappresentava sia un omaggio all'autore  della composizione che un esercizio di riscrittura, che - specie in età barocca - svelava l'abilità tecnica di colui che ricomponeva il testo musicale, dimostrando una volta di più come, oltre all'invenzione artistica, anche la forma significava sostanza. In queste breve storia del plagio e delle sue derivazioni si dovrebbe inoltre tenere conto che in passato era abbastanza raro essere scoperti come autori di un prestito illecito e spesso l’impellenza di produrre musica, soprattutto alla vigilia di una stagione teatrale e con un opera ancora incompiuta, poteva far passare in secondo piano certi scrupoli. Ci fu però un musicista che venne accusato - caso abbastanza unico all’epoca -  di un vero e proprio utilizzo fraudolento di musiche altrui, ovvero Georg Friedrich Handel. Il grande musicista sassone, che dovette difendersi da questa accusa nel mezzo della disputa con i suoi rivali dei teatri d’opera londinesi, fu accusato di aver impiegato un brano di una sonata di Alessandro Stradella per un coro dell’oratorio Israel in Egypt. Quella polemica fu un pretesto per mettere in cattiva luce Handel, ma nondimeno in questa stessa ottica possiamo trovare altri soccorsi del genere nell produzione handeliana. E tutto ciò diventa emblematico con la musica di un suo illustre contemporaneo e conterraneo, ovvero Georg Philipp Telemann.

Nel 1727, Handel utilizza il primo tema dell’allegro del concerto di Telemann per un'aria di Tassile nel primo atto dell’opera Alessandro. A parte la diversità dinamica, il tema originale è senz'altro riconoscibile. Nonostante si tratti di compositori molto noti, questo prestito da parte di Telemann a Handel non è stato evidenziato da nessun specialista e l’averlo scoperto è un piccolo vanto del Cane da Tartufi!

Se il plagio nell’epoca barocca poteva essere anche un' esperienza intellettuale, l’età successiva ha trasformato i prestiti in citazioni, e queste pratiche sono sopravvissute fino ai giorni nostri. Per provare a collegare il periodo classico a quello contemporaneo, e rimanendo sul terreno del prestito musicale e della operazione intellettuale, è appropriato soffermarsi sull’arrangiamento della Scottish Song The Sunset, che Beethoven realizzò dopo il 1818 su richiesta dell’editore britannico Gorge Thompson, pubblicata in una raccolta assieme ad altre 25 songs  come op. 108.

L'arrangiamento beethoveniano contiene il tema principale del brano The Earth Ask Pleasure, dalla colonna sonora del film di Jane Campion 'The Piano', composta da Michjel Nyman agli inizi degli anni Novanta. Un brano che ha dato una fama immensa al compositore inglese, fama secondo me meritata anche prima di realizzare le musiche di quel film. Nella sua carriera di compositore Nyman ha fatto spesso ricorso alla musica altri artisti, soprattutto Monteverdi, Purcell e Mozart, seguendo a volte un metodo simile a quello usato dai musicisti del passato, oppure ricorrendo alla semplice citazione. Nel caso del film The Piano, il ricorso a questa antica melodia scozzese è direttamente collegata all’ambiente della vicenda, che – come forse qualcuno ricorderà – si svolge in una comunità di emigranti scozzesi nella Nuova Zelanda del 1820.

Le Mie Tre Vite