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"Ho messo la faccia in posti dove qualcuno non metterebbe neanche un piede..."

(Jean-Pierre Rives)

Ricordo perfettamente  il giorno in cui il rugby  fece capolino nella mia vita: era il 27 gennaio 1973. Quel giorno la RAI trasmise sul secondo canale TV, in diretta dall'Arms Park di Cardiff, la partita fra i Barbarians e gli All Blacks. Quella partita sarebbe passata alla storia perché - a detta di molti- fu segnata la meta più bella di tutti i tempi. Fino allora la mia conoscenza su questo sport si riduceva a quanto in quegli anni potevo aver appreso dalla televisione e - come ha ben descritto Alessandro Baricco in un suo articolo - per me e la maggior parte dei miei coetanei il rugby era quello che chiudeva la Domenica Sportiva, cioè quando spirava l'ultimo scampolo di festa  prima della "mannaia del lunedì" e del ritorno a scuola.  Anch'io m'incuriosivo a leggere i risultati un po' misteriosi di quelle partite: 23 a 14; 18 a 4; alcuni perfino comici: 87 a 0.  Quel 27 gennaio, a parte la favolosa meta di Gareth Edwards, io fui colpito dalla nazionale della Nuova Zelanda e da quegli atleti vestiti tutti di nero che venivano da un luogo così lontano. Il mitico Paolo Rosi, telecronista dell'evento, teneva apertamente per i Barbarians e solo dopo capìi perché: i neozelandesi non perdevano una partita da oltre 3 anni. Io però questo non lo sapevo e mi ero schierato per gli All Blacks, perchè mi sembravano i meno favoriti. Ma  ancora più decisivo per la mia scelta di campo, furono l'emozione e la sorpesa nel vedere i discendenti dei coloni di Sua Maestà Britannica che, prima di iniziare la partita, avevano inscenato assieme ai nativi una danza maori. Come? Dei bianchi che imitano dei polinesiani? Era un po' come vedere gli americani fare la danza della pioggia o i segnali di fumo. In un’epoca in cui di terzomondismo ancora non si parlava, intuivo che quella nazionale di rugby incarnava - con tanti anni di anticipo - il simbolo della solidarietà multietnica e per me, educato ai valori dell’eguaglianza fra gli uomini, i tutti neri non potevano che diventare uno dei miti della mia vita.

Le Mie Tre Vite